Il curriculum vitae «narrativo» di Italo Calvino

Non c’era ancora il formato europeo. Non si chiedevano le competenze né era richiesta capacità di organizzazione e/o di fare squadra. O meglio, forse non era richiesta se ti chiamavi Italo Calvino e avevi già scritto buona parte dei tuoi capolavori.

E poi, c’è da dire che nel 1969 ci voleva uno sforzo epistolare non indifferente, «ancorché vagamente» (cit.) innato. Calvino di lettere ne ha scritte tante, nella sua vita, e come lui – volenti o nolenti – la casalinga romagnola, il mezzadro toscano, l’operaio piemontese.

C’è tutto un pezzo della nostra storia come paese che è stata fatta dalla comunicazione via lettera. Un pezzetto che racconta delle ansie post-boom, quella quasi vergogna  dell’arricchimento, dopo la fame nera. C’è un pezzetto d’Italia che è stato scritto con il sudore dell’alfabetizzazione. Sotterranee, nascoste dentro buste macchiate oppure bianche come solo la carta sa essere, le lettere manoscritte sono la voce della nostra coscienza. Un obbligo, ma anche un piacere. Ci sono lettere di una poeticità assoluta, scritte dalla più umile delle persone. Ci sono angoli inesplorati di bellezza, dentro i ghirigori di quelle penne.

Il curriculum inviato da Italo Calvino all’editore Franco Maria Ricci nel 1969 tutto questo lo contiene, lo ingloba, ed è un pezzo della sua letteratura tanto quanto un barone rampante qualsiasi. Il curriculum vitae di Italo Calvino è una meraviglia di circonlocuzione volontaria, un documento nostalgico di un pezzetto della nostra storia.

Tratto da bookskywalker.

A FRANCO MARIA RICCI – MILANO

{Parigi, autunno 1969}

Caro Ricci,

eccole il curricolo. Sono nato nel 1923 sotto un cielo in cui il Sole raggiante e il cupo Saturno erano ospiti dell’armoniosa Bilancia. Passai i primi 25 anni della mia vita nell’a quei tempi ancora verdeggiante San Remo, che univa apporti cosmopoliti ed eccentrici alla chiusura scontrosa della sua rustica concretezza; dagli uni e dagli altri aspetti restai segnato per la vita. Poi mi tenne Torino operosa e razionale, dove il rischio di impazzire (come già il Nietzsche) non è minore che altrove. Vi arrivai in anni in cui le strade s’aprivano deserte e interminabili per la rarità delle auto; per abbreviare i miei percorsi di pedone attraversavo le vie rettilinee in lunghe oblique da un angolo all’altro – procedure oggi, oltre che impossibile, impensabile – e così avanzavo tracciando invisibili ipotenuse tra grigi cateti. Sparsamente conobbi altre inclite metropoli, atlantiche e pacifiche, di tutte innamorandomi a prima vista, d’alcune illudendomi d’averle comprese e possedute, altre restandomi inafferrabili e straniere. Per lunghi anni soffersi d’una nevrosi geografica: non riuscivo a stare tre giorni di seguito in nessuna città o luogo. Alla fine elessi stabilmente sposa e dimora a Parigi, città circondata da foreste di faggi e carpini e betulle, in cui passeggio con mia figlia Abigail, e circondante a sua volta la Bibliothèque Nationale, dove mi reco a consultare testi rari, usufruendo della Carte de Lecteur n. 2516. Così, preparato al Peggio, sempre più incontentabile riguardo al Meglio, già pregusto le gioie incomparabili dell’invecchiare. Questo è quanto. Mi creda suo aff.mo

Come specifica bookskywalker, la lettera/curriculo è stata pubblicata in facsimile (Notizie su Italo Calvino), in Tarocchi. Il mazzo visconteo di Bergamo e New York, Franco Maria Ricci, Parma 1969. La data è soltanto congetturale, ma ha come riferimento il «finito di stampare» dei Tarocchi: novembre 1969.

Due per cinque

Due per uno due, due per due quattro, due per tre sei, due per quattro otto…

Sua nipote era brava con la matematica, aveva 10 anni e le aveva già imparate da tempo, le tabelline. Ogni giorno o quasi passava di là, dopo pranzo, prima del tè. Senza sapere se fosse un male o bene gliele faceva ripetere, era l’unico ricordo che aveva della scuola, e di quando li aveva lui, dieci anni. Fanculo le diavolerie, ‘nternèt, impara a far di conto – le diceva ogni giorno o quasi.

A dieci anni, la piccola sapeva più cose di quante suo nonno aveva imparato in una vita, o quasi, ma lui le sembrava così saggio, aveva sempre la risposta pronta, e i suoi occhi si illuminavano stranamente quando la vedeva. Dinoccolato come un olivo, secolare, si arrabbiava per niente, ma mai con lei, simbolo di un’innocenza perduta chissà dove, tanti anni prima. Era il loro rituale, la ripetizione delle tabelline, e la bambina si prestava volentieri a quel piccolo sacrificio. In cambio, voleva il permesso di vedere le foto della Nonna, – quant’era bella da giovane, sembrava una principessa.

Lo era.

Due per cinque? Dieci. Un flusso di parole, pensieri, volti, immagini, gli passò davanti in un istante.

“Dieci. I suoi anni. Li avevo anch’io, quando vidi per la prima volta un corpo senza vita. Dieci. Come le parole che le dissi quando la “incastrai” quel giorno: la-vorresti-fare-una passeggiata-al-fiume-con-me-dopo? Dieci, come le volte che mi ha sgridato guardandomi soltanto. Il nostro numero fortunato, l’ora in cui ci accucciavamo nel letto, che la mattina c’era da lavorare. I soldati che quando passò la guerra se ne andarono dal paese, inglobati, fagocitati e mai più tornati. Il nostro numero fortunato? Chissà. Certo perfetto, rotondo, come il suo viso di porcellana. Definitivo, come la morte che la sorprese quel dieci ottobre duemiladieci. 10/10/10, una condanna, a cui non posso rimediare”.

“Lo era, piccola, sai? Le assomigli tanto, è per questo che sto volentieri con te. Ma non ci pensare troppo. Non c’e ragione per essere tristi a dieci anni, ancora sei nella seconda colonna delle tabelline, appena all’inizio. I numeri non sono che sentenze, come la mia età. Sai, domani faccio cento anni, come fare dieci per dieci e quella è l’ultima colonna. Da domani non ci sarà più spazio per me, ma solo per i miei ricordi. Alla nonna non piacevano i numeri. Ora ho capito perché.

‘Round Midnight

La legna ardeva nel camino; il tepore di quel fuoco era manna, era come essere stati senzatetto per anni, decenni forse, e poi d’improvviso trovarsi al coperto, al riparo.
Era inverno, ma non nei loro cuori.

E. e P. si stavano abbracciando, rincuorati dalla consapevolezza che, nonostante tutto, erano in due, lei per lui e lui per lei. Erano innamorati, come quella volta in spiaggia, quando si erano guardati per la prima volta.
Un colpo di fulmine mica da ridere. Come studiare per mesi su di un manuale senza raccapezzarci niente e poi, d’improvviso, scoprirne un altro chiarissimo, completo. Come rassegnarsi, accontentarsi per un lavoro qualunque e poi essere chiamati per fare quello che hai sempre sognato.

– Sei tutto quello che mi serve – sussurrò E., e la fiamma del caminetto era ancora alta, la resina scendeva a gocce, come quelle che da bambino in macchina P. osservava attonito al finestrino, e ce n’era sempre una che apparentemente sembrava più veloce, era quella su cui puntava nell’eterna gara tra gocce – vincerà questa – diceva a sua madre, e poi all’ultimo secondo ne sopraggiungeva un’altra, e poi un’altra ancora. A quel gioco P. non aveva mai vinto.

E. e P. abbracciati, davanti al camino, sul divano, in sottofondo la musica di Thelonius Monk, alle loro spalle due finestre affacciate sulla notte, la luna sola a osservarli.
“Suppertime I’m feeling sad, but it really gets bad ‘round midnight” cantava Miles Davis in sottofondo, ma per loro sembrava una sentenza talmente lontana e definitiva, così divergente dalle loro sensazioni.
Si erano conosciuti 14 mesi prima, lo schema era stato addirittura banale. Lui guarda lei, lei finge disinteresse, abbassa lo sguardo, poi lo rialza; lei guarda lui, lui mantiene lo sguardo, lei abbozza un sorriso. Dieci minuti dopo, a separarli c’erano solo due birre su di un tavolino.
Si videro tutti i giorni per un mese, in quella spiaggia.

– Mi manca la sabbia, mi manca l’odore del mare – E. tese l’orecchio a quella frase, perché era esattamente quello che stava pensando. Era inverno, e la fiamma ardeva ora meno possente sul camino, la brace rossa come il sole di un tramonto meraviglioso, come quello che li aveva sbirciati quando fecero l’amore per la prima volta.

La stanza era un quadrato perfetto, a vederla dal vivo quella scena sembrava dipinta. Il fuoco di lato, a dare luce e vita ad un olio su tela, i due amanti abbracciati e solo loro, dall’altra parte gli occhi della casa, le due uniche aperture sul mondo esterno. E il pittore che l’avesse dipinta avrebbe potuto essere un fiammingo, tanto la maniacalità in quella scena era indispensabile, surreale a tratti.

Ma c’erano loro, in carne e ossa, solo loro e quel vinile che girava come gira un carillon. E poi, improvvisamente, a rompere quella perfezione formale, il fragore di un legno che scivola via dagli altri, a dire “mi sono stufato di stare qui con voi, in balia del vostro cattivo odore, me ne vado” e bum. Qual è il limite preciso in cui un pezzo di ramo è così bruciato da rompersi, da voler fuggire dal suo destino ineluttabile?

– Dove arriveremo, insieme? – le disse P.
– Non lo so, rispose E.
– Faremo come quel legno, prima o poi ci sarà un limite da non oltrepassare, non riusciremo più ad andare oltre.- Non credo. Mi vuoi sposare?

Una soffice lacrima rigò il viso di P., forse era una di quelle gocce per cui aveva tifato tanti anni prima, che voleva la sua rivincita, “voglio vincere ora, ora che sono partita con tanto vantaggio”,
sembrava dire. Un volto rigato da una lacrima è come un trailer ben fatto. Sai che ce ne saranno altre, di lacrime, di scene simili, ma sai anche che è tutto condensato lì. È un momento perfetto, in sé.

– Non posso sposarti, le rispose P., ma E. aveva già capito tutto, e si era alzata, pure abbozzando un sorriso strozzato da altre lacrime, le sue, che erano arrivate copiose, e alla fine avevano vinto di nuovo loro, non quelle di P.

La legna non ardeva più, l’incantesimo si era rotto, e anche ‘Round Midnight era finita.
Era inverno, anche nei loro cuori.

Che diavolo è l’acqua? (da L’Atipico maggio-giugno 2014)

Quando penso all’acqua, mi vengono in mente principalmente due cose.

La prima, i dieci eppiù anni che ho passato nuotando, ogni giorno o quasi. Quella sensazione di solitudine e allo stesso tempo di totale immersione (si fa per dire) nel proprio io, in mezzo ai miei limiti e solo a quelli. Quel totale estraniamento con il mondo, un mo(n)do per dire tutto, e non dire niente. Un corpo, immerso nell’acqua riceve una spinta uguale e contraria. Ecco, per me quella spinta è sempre stata un nemico, da sconfiggere solo con le mie forze. L’acqua come forma mentis, come luogo dove trovare se stessi perché di quell’acqua viviamo, necessariamente.

La seconda, David Foster Wallace.

Lo scrittore americano morto nel 2008, il talento per eccellenza degli anni 2000, il creatore di quell’enciclopedia della dipendenza e del mondo in cui viviamo che è Infinite Jest, per cui ogni tentativo di definizione (quale quello sopra) è assurdo, perché totalmente incompleto.

DFW il 21/05/2005 ha tenuto un discorso ai neolaureati del Kenyon College, che iniziava con una di quelle “storielle in forma di piccoli apologhi istruttivi” come l’ha definita lo stesso Wallace.

La storia si chiama This is water, e ha dato il nome anche ad una raccolta di racconti uscita postuma. La storia è questa:

Ci sono due giovani pesci che nuotano uno vicino all’altro e incontrano un pesce più anziano che, nuotando in direzione opposta, fa loro un cenno di saluto e poi dice “Buongiorno ragazzi. Com’è l’acqua?” I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’, e poi uno dei due guarda l’altro e gli chiede “ma cosa diavolo è l’acqua?”

Anche le realtà più ovvie spesso sono difficili da vedere, come tutto ciò che si ritiene essenziale e che si dà per scontato ma di cui spesso non siamo consapevoli. Il discorso ovviamente continuava su quest’idea, ma anche più in generale sul pensiero e sull’io come centro dell’’universo. E’ molto difficile rimanere consapevoli e attenti, invece di lasciarsi ipnotizzare dal monologo costante all’interno della vostra testa. Questo un altro pezzo rilevante del discorso, e che mi fa tornare al primo pensiero: perché quando si è soli con se stessi ci si ama, ci si odia, si può lasciarsi ipnotizzare oppure rimanere concentrati. Cioè, si vive.

Il post ideologico

Ovviamente il titolo non allude a che questo sia un post ideologico. Nel senso che post sta a ideologico non come nome, ma come prefisso. E dunque vorrei trattare in questa sede dedicata alla sindrome nimby il tema del post-ideologismo come categoria dello spirito. Anche meno.
Post ideologico è tutto ciò che è oltre, one-step-beyond l’ideologia.
Quanto sia lungo questo passo, è duro da dirsi. Che sia una voragine o uno spiraglio, ciò che separa il tipo post ideologico da quello ideologico in senso stretto è essenzialmente uno spazio, al limite un trattino. E già questa scelta ci dice molto. Il tipo post-ideologico è un tipo post-tutto. Moderno. Arrembante. Rottamatore. È colui che dell’ideologia si serve come categoria anti. A differenza degli altri postismi, qui non si supera soltanto, magari mettendo una freccia. Si svernicia. Il post rock, certo, era (è?) cosa ben diversa dal rock, di questo si serviva come di un tappeto, da spolverare, magari, o da mettere in soffitta, ma, pensandoci bene, mai da buttare irrispettosamente. Il post punk non è mai esistito. E il post ideologico, sbandierato ogni giorno sui quotidiani? È farsi beffe dei parrucconi? È essere ciò che si è, sempre e comunque? O lo sa solo chi non lo è veramente, e forse come il post punk, anche le ideologie non sono mai esistite. Sono solo schemi, categorie utili a storicizzare concetti inesprimibili a posteriori, che però poi quando li vivi mica sono così netti i confini, siano essi spazi, trattini, voragini o spiragli.
E poi ci chiedono che ce ne facciamo delle etichette. Sono Post-it rosa sulle parole “e tu?”

#lasvoltabuona, quella di Murakami: “L’arte di correre”

Giuro, l’avevo scaricato prima di vederlo sul banco del premier. Giuro, l’avevo anche iniziato quando Matteo l’ha fatto assurgere a Bibbia del runner, nonché sintesi perfetta del nuovo esecutivo: giovane, cool, e soprattutto veloce.
Mi sono avvicinato a Murakami – come molti altri – con Norwegian Wood, che ho divorato un paio d’anni fa. E poi con Kafka sulla spiaggia, il “suo” cent’anni di solitudine. Infine ho scaricato L’arte di correre, lasciandolo sull’ipad a futura lettura, nonché per quando realmente mi fossi preso la briga di dare la famosa svolta “running” della mia vita. Ecco, quella svolta non è mai arrivata, ma alla fine il libro l’ho letto lo stesso.
È un Murakami che non ti aspetti, quello vero, che parla onestamente di se stesso attraverso un diario della sua attività motoria. Attività che è andata di pari passo con la decisione di fare lo scrittore, ribaltando di fatto l’immagine bohemien dello stesso, quegli scribacchini che scandiscono le ore spegnendo cicche di fronte alla macchina da scrivere o a uno schermo luminoso, l’altra faccia di “e così vorresti fare lo scrittore” di Bukowski. Per Murakami scrivere è vivere, come correre, darsi dei limiti soltanto per il gusto di superarli.
Una vita che torna a essere scandita dal battito del proprio cuore, vero motore della corsa, ma anche della letteratura. Un cuore che pompa sangue per le maratone, ma anche un raccordo di strade dove viaggia la bellezza della parola scritta. Un cuore che ristabilisce il suo predominio pascaliano sulla ragione.
E che sia la #(s)volta buona quella di ogni lettore, rinvigorito nel corpo e nel cuore da una corsa che diventa letteratura, e quindi vita.

Ps. Sarà banale, ma la colonna sonora rimane beatlesiana, da Norwegian Wood a Run for your life.

Autodeterminazione

Ci si sciacqua molto la bocca in questi giorni con il concetto di autodeterminazione dei popoli, riferendosi, ovviamente, alla situazione della Crimea, la cui popolazione ieri in un referendum-plebiscito ha deciso per il sì all’annessione alla “Madre” Russia.

In particolare la questione principale è stabilire se questo referendum sia – o meno – legale sotto il profilo del diritto internazionale, affermazione questa di dubbia veridicità, viste le condizioni politiche recenti che si sono create nella penisola del Mar Nero.

Due sono le motivazioni principali e incontrovertibili, come spiegano ilPost e Henri-Levy sul Corriere di stamani. In particolare sono i paragoni ad essere inappropriati, tanto con la Scozia, dove a Settembre si vota un referendum per l’indipendenza, che con Kosovo e Bosnia.
Come si può parlare di autodeterminazione, quando è palese l’assenza totale di dibattito e con le milizie putiniane schierate ai seggi?

La questione che assume maggiore rilievo però è quella sottolineata da Henri-Levy:

cosa risponderemmo se, forti di questo precedente, i baschi spagnoli e francesi reclamassero la loro unificazione? Se gli ungheresi della Transilvania, gli albanesi della Macedonia, i turchi della Bulgaria, i russofoni dei Paesi baltici, i fiamminghi del Belgio invocassero tale esempio per chiedere, anche loro, di cambiar Paese?

Insomma, un modo curioso di parlare di autodeterminazione, schierando i soldati, posto ovviamente che gli abitanti abbiano diritto a scegliere, ma in condizioni certe di imparzialità che perlomeno le Nazioni Unite e lo stato sovrano, in questo caso l’Ucraina, dovrebbero poter dimostrare.

E subito sui social network si scatenano i mitici complottisti, quelli del “in Crimea si è avuto un esempio di democrazia, noi non votiamo più e non abbiamo più diritti” (è passato così tanto, caspita, un anno), quelli del “Putin eroe dei due mondi che combatte le oligarchie occidentali, al servizio di un’Europa che non ci rappresenta”, etc., etc.

Un dibattito che ciancia sull’autodeterminazione, senza però forse essere consapevole che essa debba stabilirsi scevra da condizionamenti di ogni parte. A volte basta un dizionario.

Video

The Gap

Ira Glass è un noto conduttore radiofonico statunitense, conduce sulla WBEZ un programma che è ormai parte integrante della cultura americana degli ultimi 20 anni – tipo radio deejay da noi, insomma (e in questo paragone ci stanno tutti i conati che mi vengono, immaginando vicini Ira Glass e Linus che parlano, oltre che tutte le possibili analisi antropologiche sull’ascoltatore medio di radio deejay, ma anche quanto essa sia specchio del paese etc. etc.). Fatto sta che il programma di Glass si chiama This American Life, va in onda dal 1995. Da un mesetto, su Vimeo, gira un video molto bello, messo sul web da un account tedesco, Frohlocke; nel video si sente un discorso di Ira Glass sulla creatività. O meglio, sul gap che chiunque, quando alle prime armi si affaccia al lavoro “creativo”, percepisce, fra il proprio gusto e i risultati ottenuti.

 

Il testo è molto bello; Glass invita tutti (noi) a affrontare questo gap e colmarlo con il proprio lavoro.

It’s only by going through a volume of work that you will close that gap, and your work will be as good as your ambitions. And I took longer to figure out how to do this than anyone I’ve ever met. It’s gonna take awhile. It’s normal to take awhile. You’ve just gotta fight your way through.

nimby – build absolutely nothing anywhere near anything

about nimby

Scrive Daniele Manca sul CorSera di stamani:

“In Italia serpeggia in maniera preoccupante un sentimento antimoderno e anti industriale secondo il quale qualsiasi intervento sul territorio, costruzione di grattacielo o strada, rigassificatore o infrastruttura digitale, nasconda esclusivamente interessi che con la cittadinanza e le comunità non hanno alcuna relazione”.

Questo è nimby, la cosiddetta not in my backyard sindrome.

Ma questo, in un certo senso, è anche il mio tentativo di tornare alla forma blog come manifestazione di me stesso; ve ‘o ricordate Neogrigio? Un tentativo di cambiare pelle, più che diario di miei pensieri, una scatola di contenuti, un diapason per riflessioni. Un la, senza il bisogno di un qua.

Per questo (ri)parto da nimby, è il mio modo di negare che ci siano confini, perché non ce ne sono – il mio cortile non esiste più, da tempo, ma non voglio comunque che ci sia costruito alcunché. Un paradosso – che Manca propone in dialettica politica, di “un paese perennemente in mezzo al guado tra nazione orgogliosa, contenta di essere tra i grandi del mondo, e il ritorno a un consolante passato a chilometro zero che non esiste più”.

Che poi, tradotto, è la retorica del “ssmqssp” – si stava meglio quando si stava peggio, del mondo atavico come (ri)sorgente di ogni flusso vitale. Il ribaltamento dello sbarco di Armstrong – quel piccolo passo per un uomo diventato grande per l’umanità che ora è soltanto un avanzare letargico in sabbie mobili.

Da quel “leap for mankind” ci siamo ridotti all’esegesi del leak.

Colpa di un comico barbuto che predica usando e intendendo internet come neppure si faceva nel 2000, con grossolani fotomontaggi e scarso gusto nella scelta del font? Certo, in parte.

Più in generale colpa della nostra inettitudine, del nostro sguardo sempre vicino, e fin troppo dedicato a smorzare l’esistente, e non a immaginare l’oltre.

This is nimby – build absolutely nothing anywhere near anything